Il Giornale – sabato 17 aprile 2004

L’ISLAM

METTE IN CROCE

I CRISTIANI

di Antonio Socci

 

Mi ha scritto – sconvolto - un membro della Lega italiana dei Diritti dell’uomo segnalandomi il caso di un cristiano sudanese che sarebbe stato crocifisso dal suo padrone musulmano. Giuseppe, questo il nome della vittima, all’età di set­te anni venne deportato e venduto come schiavo al Nord del Paese. Lì pare abbia  subito ogni sorta dl violenza e di abuso dal padrone islamico per dieci lunghi anni in cui veniva apostrofato “schiavo nero” e considerato meno di un animale.

Una domenica essendosi fermato a pregare da cristiano ha perduto un cammello, così il padrone furibondo ha preso Giuseppe, l’ha torturato e poi l’ha crocifisso a un tavolaccio di legno, con lunghi chiodi piantati nelle mani, nei piedi e nelle ginocchia. Il padrone ha anche voluto buttargli sulle gambe dell’acido perché soffrisse di più.

Il ragazzo è incredibilmente riuscito a sopravvivere a questo martirio, ma riportando per sempre gravi meno­mazioni fisiche non era più abile al lavoro. Così un’orga­nizzazione umanitaria ha potuto riscattarlo e riportarlo libero al suo villaggio cristiano. Non ho notizie dirette su questo caso, ma purtroppo di storie così non c’è da sor­prendersi. È nota la vicenda di quattro catechisti sudane­si fustigati e poi crocifissi qualche anno fa per non aver voluto tornare all’islam: ne parla il bel libro di Camille Eid, A morte in nome di Allah.

Neanche può stupire che in un paese islamico sia tutto­ra fiorente la schiavitù. Sono infatti migliaia le donne e i bambini cristiani che da venti anni vengono catturati dalle milizie islamiche nei villaggi del Sud e poi venduti al Nord come schiavi. Sono sottoposti a ogni tipo di violen­za. Solo alcune organizzazioni di cristiani americani si occupano di loro e pagano riscatti per liberarli. I Paesi europei, così sensibili al tema della pace, sono stati finora sordi al dramma dei diritti umani.

Cosa fare? Certo, si può denunciare per l’ennesima volta su queste colonne quella tragedia. Il Giornale, per la sensibilità del suo direttore, è fra i rari organi di stampa italiani sempre pronti a raccontare queste feroci persecuz­ioni. Ma poi? Non c’è qualcosa che manca, qualcosa di insostituibile? Sì, manca la voce dei cattolici. Dove sono finiti? Dov’è quella presenza forte e incisiva che ci si aspetterebbe dai cattolici nel nostro Paese? In Italia sono di fatto, storicamente e statisticamente (anche dal punto di vista elettorale, come ha dimostrato Mannheimer), una componente non solo centrale, ma decisiva. Ma è come se - nelle sue espressioni più vivaci - fosse scomparsa dalla vita pubblica.

La voce - questa sì forte e commovente - di Giovanni Paolo II, viene lasciata spesso sola (per esempio nei suoi appelli contro il terrorismo, per la difesa dei diritti umani o per la menzione delle radici cristiane dell’Europa nella Costituzione della Ue). Del resto è la voce della Chiesa universale e non può sostituire la presenza del laicato cattolico. Poi c’è la voce saggia del candinal Ruini che parla a nome dei vescovi italiani. Ma il prelato - come ha documentato Sandro Magister - da mesi è sottoposto a un pesantissimo attacco dei cosiddetti «cattolici progres­sisti» (alcuni dei quali parlamentari del centrosinistra). Un attacco che prendendo di mira il vicario del Papa sembra puntare implicitamente contro lo stesso pontefice. Un attacco che vorrebbe asservire la Chiesa alla sini­slra politica nostrana e addirittura all’ideologia noglobal.

Anche per questo sarebbe preziosa una forte e visibile presenza pubblica dei veri cattolici, quella presenza che il cardinal Ruini aveva prospettato lanciando, anni fa, il «progetto culturale». Certo, ci sono molte iniziative meri­torie (radio, agenzie di stampa, giornali, opere caritative), ma occorrerebbe anche una presenza visibile nella vita pubblica. Movimenti una volta vivi nella società sembra­no defilati. E’ un’assenza, un vuoto che priva il Paese di una realtà preziosa.

Parlo ovviamente delle voci autenticamente cattoliche per distinguerle da coloro che si accodano (spesso inge­nuamente) ai cortei noglobal a rimorchio delle ideologie altrui. E per distinguerle da quelli che - se parli dei cristia­ni perseguitati - ti ridono in faccia e ti accusano di essere asservito a Berlusconi e Bush. Il cosiddetto «progressi­smo cattolico» degli intellettuali poi è cosa vecchia e infeconda, divenuta residuale grazie al lungo magistero di Giovanni Paolo II. Tuttavia, nel silenzio dei veri cattolici, sembrano loro il mondo cattolico.

Eppure nella Chiesa ci sarebbe un ricco e vivace arcipe­lago di movimenti e associazioni, ma sembra star chiuso nelle sacrestie. Non si vede una forte presenza cattolica che sappia interloquire sui mass media e nelle università, nelle piazze, nelle scuole, nei posti di lavoro, con le altre culture, che proponga suoi punti di vista originali e magari che difenda le ragioni della Chiesa (giacché di presunti cattolici che sui quotidiani scrivono solo per at­taccare la Chiesa ce ne sono fin troppi).

Sembra che perfino nella difesa dei cristiani perseguita­ti i laici siano più sensibili dei cattolici.

Faccio tre esempi - tutti e tre drammatici - di queste ore.

Il caso del Sudan – al di là della vicenda di Giuseppe - è tornato di scottante attualità. La «guerra santa» proclamata venti anni fa dal  regime islamico del Nord contro il Sud cristiano e animista (guerra che ha già fatto due milioni di vittime, qualche milione di profughi e migliaia di schiavi) proprio questi giorni pare incendiarsi di nuovo nella provincia di Darfur dove migliaia di persone rischiano di morire. A denunciare questa emergenza è stato il New York Times. Mi chiedo: esiste un mondo cattolico sensibile a questa tragedia, disposto a farsi sentire, a sensibilizzare e mobilitare l’opinione pubblica?

Un altro esempio. Nelle scorse ore si è riaperta un’altra piaga, quella delle popolazioni Montagnard, sugli altipiani vietnamiti.

Anch’essi sono cristiani. Il regime comunista di Hanoi sostenuto dalla Ue - da quando se ne sono andati gli americani - perseguita e massacra questa gente. Specialmente nelle festività cristiane. Per la Pasqua di quest’anno pare che l’attacco sia stato più drammatico del solito. Sembra che i morti, i feriti e gli arrestati si contino a centinaia. Questo piccolo popolo cristiano che 30 anni fa era composto da due milioni di persone oggi è ridotto a circa 77Omila individui. In Italia i radicali da anni fanno sentire la loro voce contro questo genocidio. Ma non dovrebbero mobilitarsi soprattutto i cristiani? In quante parrocchie italiane si è pregato per loro o si sono raccolti aiuti o organizzate iniziative in loro difesa? Penso che la risposta sia avvilente.

Infine la sorte di centinaia di antiche chiese e monasteri del Kosovo. Sono stati il cuore della cristianità slava dei Balcani e sempre più spesso vengono presi d’assalto da gruppi albanesi, proprio quegli albanesi che pochi anni fa siamo andati a soccorrere. Alcuni intellettuali laici (come Mieli e Cacciari) hanno lanciato l’allarme: bisogna salvare quel patrimonio religioso e artistico. E i cattolici? C’è bisogno di loro. Chi e quando sveglierà i nostri cristiani dal loro sonno?